Il progetto

Introduzione

Kanizsa

Cosa vede l’osservatore?

Vede, di norma, un triangolo bianco dai contorni neri col vertice rivolto verso il basso, a cui è sovrapposto un triangolo bianco privo di contorni col vertice rivolto verso l’alto. Le due figure sono contornate – e il triangolo bianco in parte si sovrappone – a tre cerchi neri.

In realtà non “esiste” niente di tutto questo: come mostra il disegno a sinistra, abbiamo in effetti solo tre semicerchi neri privati di uno spicchio e tre angoli delimitati da lati neri. Null’altro. Il triangolo dai contorni neri – ma soprattutto il percepibilissimo triangolo bianco sovrapposto – non esistono. Eppure si vedono distintamente: quindi, allora, in realtà esistono?

O possiamo dire, invece, che l’ordine e la nuova organizzazione degli elementi originari – il loro strutturarsi in sistema regolato dal campo fisico e della leggi della percezione, il disporsi esattamente con quelle angolazioni e relazioni spaziali – lascia emergere fenomenologicamente qualità nuove, prima invisibili ed inespresse, e tuttavia già in precedenza latenti nell’insieme?

E’ quel che abbiamo cercato di verificare concretamente nel corso di quest’anno di lavoro e studio, lungo un percorso per molti versi francamente entusiasmante, ricco di stimoli e di momenti di confronto, di incontro e di scoperta. Soprattutto, crediamo, ricco di quello che potremmo definire un nuovo “spirito” di collaborazione, serietà ed apertura non semplicemente o banalmente riducibile alla partecipazione al bando. Realtà culturali storicamente piuttosto frammentate, quando non concorrenziali, grazie a Con>vergenze nel corso di quest’anno hanno imparato a confrontarsi, conoscersi, condividere le proprie visioni e dialogare, consentendo di scorgere – in una fase più avanzata di realizzazione – la possibilità non solo di coordinarsi sul terreno organizzativo ma di elaborare iniziative culturali comuni, lungo una logica di sinergia e crescita.

 In primo luogo, Con>vergenze si configura come strumento operativo e organizzazione di servizi finalizzata allo sviluppo qualitativo, quantitativo, economico e gestionale delle realtà culturali che ne fanno parte e lo costituiscono. Le risorse in gioco serviranno certamente alle nostre organizzazioni per continuare a dire delle cose e dirle sempre meglio, maturare, dare gambe ed ossigeno alle nostre vocazioni e alla nostra azione: ciascuno di noi naturalmente ritiene – nel condurre la propria attività – di assolvere in parallelo una funzione per la città, di cui la città ha bisogno, che ne arricchisce la vitalità, la dimensione civile, l’ecologia culturale complessiva. E che quindi, nel rafforzare le singole realtà, si rafforzi di conseguenza la città intera, nella persuasione che un’organizzazione culturale forte sia, in sintesi, una risorsa per l’intera comunità.

Il prezioso strumento offerto dal bando di Fondazione CariploValorizzare le attività culturali come fattore di sviluppo delle aree urbane” suggerisce però che forse il problema dell’offerta culturale urbana va individuato esattamente nelle implicazioni di quest’approccio sostanzialmente individualistico e che la frammentarietà dell’offerta culturale “rende sempre più urgente un progressivo rinnovamento delle policy culturali in ambito urbano, attraverso azioni di sistema condivise tra associazioni e settore pubblico”.

 Ci siamo dunque trovati nella condizione di ragionare sulla possibilità di un’azione comune, che sia in grado di sacrificare identitarismi e particolarismi ciechi, valorizzando progetti che – nel promuovere le organizzazioni individuali – generino tuttavia un valore aggiunto per l’intera comunità cittadina, definendo strumenti collettivi ed integrati di gestione ed organizzazione dai quali possa realmente emergere un tutto che sia maggiore della somma delle parti. E abbiamo così scoperto, sul campo, un’opportunità: che nasce, certo, dall’occasione offerta dal Bando Cariplo ma che si rivela tuttavia come opportunità strategica, proiettata nel futuro, con prospettive possibili e credibili di stabilità e di crescita per l’intero quadro culturale della città.

Il nostro percorso di quest’anno si è pressoché interamente concentrato sul tentativo di produrre visioni di carattere strutturale e sistemico, che allarghino lo sguardo al tentativo di costruire, nella nostra città, una rete di relazioni tra le organizzazioni culturali che si caratterizzi per alcuni tratti fondamentali: (a) la condivisione di programmi, procedure, servizi, modelli di intervento promozionale e formativo nei confronti dei pubblici di riferimento; (b) la stabilità delle regole relazionali, intesa come sistematizzazione di una nuova agenzia culturale che sia espressione delle realtà che lo costituiscono e organismo operativo di supporto alle attività culturali cittadine e provinciali, di derivazione pubblica o privata; (c) la sostenibilità ed autonomia finanziaria – da costruire nel corso del triennio, attraverso diverse fasi di start-up, consolidamento e stabilizzazione – perseguita attraverso la creazione di economie di scala tra le organizzazioni partecipanti, la razionalizzazione e condivisione di processi e fasi gestionali, un significativo incremento della partecipazione dei pubblici alle attività programmate, un progressivo posizionamento di mercato ed un parallelo riconoscimento pubblico e privato.

Quel che ne è emerso, in sintesi e anticipando quanto verrà più compiutamente illustrato nello studio, è l’idea di Con>vergenze come network o rete progettuale tra organizzazioni e associazioni culturali della città di Varese operanti soprattutto nell’area dello spettacolo.

 Si tratta, per Varese, di un notevole salto evolutivo nella direzione di una più matura e sistemica proposta culturale e, soprattutto, lungo la linea dell’efficacia nella relazione tra la proposta culturale e la città. Un dato tanto più significativo, crediamo, quanto più queste linee sono state elaborate a fronte di un contesto finanziario drammatico (e quindi, parallelamente, a fronte della necessità di una funzionalizzazione quanto possibile “ottimizzata” della spesa) ma al contempo lungo un’idea seria e profonda di “funzione pubblica” della cultura.

Gli obiettivi di Con>vergenze

  1. Oltre il finanziamento pubblico

A fronte di una gravissima crisi economica che ha investito il paese nel corso dell’ultimo quinquennio – una crisi che realmente morde, colpendo anche e soprattutto i cittadini – le condizioni in cui versa la finanza pubblica hanno determinato una inesorabile, progressiva ed apparentemente inarrestabile erosione del già sottodimensionato investimento istituzionale in campo culturale. Forse un paradosso, nel paese europeo che, probabilmente più di ogni altro, proprio a partire dalla cultura e dalla sua valorizzazione potrebbe ricostruire non solo un’identità nazionale forte (oggettivamente, oggi, molto sbiadita o peggio sepolta sotto i ruderi di Pompei) ma gli stessi necessari percorsi di rilancio e ripresa economica, di creazione di nuove prospettive occupazionali, di complessiva crescita.

In questo contesto, gli operatori e le organizzazioni culturali sono costantemente oggetto – non senza qualche comprensibile frustrazione – dell’appello (solitamente pubblico) all’apertura di un dialogo con l’universo della sponsorizzazione privata, lungo l’asse ideale della sostenibilità economica della cultura di qualità: il “prezzemolo”, a tratti un po’ manierato, della nostra minestra quotidiana “ai tempi del colera del welfare“.

Di quale “privato” stiamo parlando, infatti? Del crowdfunding? Dell’impresa? Delle fondazioni bancarie? Degli spettatori?

In tempi di crisi nera crollano irreparabilmente la domanda di base ed il potere d’acquisto (in particolare per ciò che, diffusamente, è ancora purtroppo considerato loisir) ed analogamente crollano, se mai vi sono state, pressoché tutte le forme di mecenatismo individuale collegate al settore culturale; l’impresa – occorre dirlo con chiarezza – non ha mai costituito sino ad oggi in Italia una credibile risorsa per la cultura, se non come fonte di marginali economie accessorie; rimangono le fondazioni bancarie, ovviamente: ma vorrà pur dire qualcosa il fatto che – a fronte di una Fondazione Cariplo che persiste incredibilmente ed onorevolmente ad investire decine di milioni annui sul settore culturale – si accompagni, in parallelo, una Regione Lombardia che ha disimpegnato nell’arco degli ultimi 10 anni circa l’80% delle risorse e che, da qui al 2015, prevede ulteriori tagli del 74%, attestando la spesa sull’ordine dello 0,01%?

Questo non pare essere solo un portato della crisi. Pare semmai configurarsi come sostanziale delega al privato di una funzione suppletiva da parte dell’Ente Pubblico, e Fondazione Cariplo può essere considerata oggi – anche suo malgrado – come il vero e fondamentalmente unico assessorato alla cultura della Lombardia: non solo per quel che concerne l’investimento ma anche, e forse soprattutto, per la capacità di connettere la spesa a politiche d’indirizzo, visioni di sviluppo, analisi delle aree di sofferenza e delle esigenze strutturali ed infrastrutturali del panorama regionale.

In questo quadro le imprese culturali, dunque, hanno imparato a maneggiare ed interpretare correttamente i bandi, a professionalizzarsi, a dialogare con le Fondazioni bancarie e a progettare seriamente, a tentare di rafforzare la relazione con un (proprio) pubblico e a perseguire la via di possibili “economie di sussistenza“, del tutto estranee alla logica dell’assistenzialismo puro.

E’ anche in questo contesto di notevole maturità e di forte assunzione di responsabilità, dunque, che la discussione interna al nostro gruppo di lavoro in ordine alla valutazione dei bisogni (delle organizzazioni e della città) non si è quasi per nulla soffermata sul tema rituale e un po’ scontato (ancorché politicamente tuttora fondamentale) delle risorse e provvidenze pubbliche: posta tra parentesi – come “sottotesto” implicito o “costante” negativa della vita quotidiana dell’universo culturale – la questione è stata da subito oltrepassata, per approdare ad una riflessione ben più seria e pragmaticamente (ma anche teoricamente) significativa.

Abbiamo quindi collegialmente deciso di condurre una ricognizione di quella vasta rete di bisogni diffusi che, sia pur chiaramente percepiti, sembrano attraversare nondimeno strutturalmente le nostre organizzazioni. Bisogni che, per ragioni economiche e logistiche, appaiono di non facile soluzione in prospettiva individuale, ma la cui attenuazione – in forma collettiva – concorrerebbe ad incrementare sensibilmente l’efficacia del lavoro culturale nella direzione di un più incisivo, armonico e stabile rapporto con la città, di una più elevata professionalizzazione, di una maggiore partecipazione di spettatori e di una loro auspicabile trasversalità, di una più sistematica relazione di partnership con l’universo del finanziamento privato, di un miglior posizionamento di mercato, di una più alta qualità: nella persuasione che, nell’attuale contesto, solo un significativo investimento sul versante organizzativo e su un suo radicale ripensamento possa, con una parola, garantire per il futuro la necessaria autonomia dell’impresa culturale.

La nascita di una nuova entità con un progetto pluriennale, destinata a erogare servizi in maniera condivisa alle diverse realtà presenti in città potrà creare un sistema economico più vasto e sostenibile, dovrà riunire i punti di eccellenza esistenti, sarà in grado di stringere rapporti di lavoro ad ogni livello con autorevolezza maggiore, senza escludere la possibilità di incentivare e attuare politiche di sostegno del reddito di giovani formati e impegnati nell’ambito culturale.

  1. Il modello reticolare e i suoi obiettivi globali

All’origine dell’intero percorso di Con>vergenze vi sono alcune persuasioni relative ai vantaggi impliciti in un modello “reticolare” per la città di Varese ma tipiche del resto di tutte le forme aggregate di gestione. Vale la pena esplicitarle:

Maggiore quantità e più elevata qualità dei servizi: Il modello di rete dovrebbe rendere possibile l’accrescimento qualitativo e quantitativo dell’offerta di servizi, grazie all’opportunità di realizzare economie: da una parte, la rete consente di ripartire i costi tra i membri, accrescendo la capacità di investimento individuale degli aderenti al sistema; dall’altra, la possibilità di usare in comune personale e dotazioni e di centralizzare alcune attività determina economie di scala che, a parità di servizi offerti, riducono l’incidenza dei costi;

Maggiore capacità di accedere a finanziamenti: La cooperazione aiuta le istituzioni culturali, soprattutto le più piccole, ad accreditarsi presso potenziali finanziatori; inoltre, dato l’attuale orientamento dei principali soggetti erogatori del settore (UE, Stato, Regioni, Fondazioni di origine bancaria, ecc.) a considerare il partenariato progettuale come un fattore premiante, l’appartenenza a un sistema facilita l’accesso ad una pluralità di canali di finanziamento;

Ottimizzazione dei processi di gestione: La rete può favorire l’adozione di principi di gestione manageriale – orientata alla qualità, all’efficienza e all’efficacia – e un’ottica di programmazione e di valutazione, per cui vengono stabiliti gli obiettivi e valutati periodicamente i risultati;

Capacità di promuovere iniziative complesse e/o a scala territoriale: La rete stabilisce un collegamento operativo permanente fra enti diversi, creando condizioni ottimali alla realizzazione di progetti e attività di comune interesse, alcune delle quali non realizzabili dalle organizzazioni separatamente;

Coordinamento e razionalizzazione dell’offerta culturale territoriale: Nel quadro della cooperazione di cui al punto precedente, la rete può anche diventare un efficace strumento di coordinamento dell’offerta culturale su base territoriale, oggi spesso ostacolata dallo scarso collegamento dei soggetti che producono cultura;

Aumento della domanda e promozione in chiave turistica: Una rete culturale organizzata e dotata di un’identità ben comunicata aumenta l’attrattività delle singole attività e può innescare processi di incremento della domanda, anche grazie a strategie di promozione e commercializzazione più efficaci e mirate.

  1. I bisogni delle organizzazioni e gli obiettivi specifici di Con>vergenze

Ci sembra importante, in questo contesto, riprendere l’analisi dei bisogni delle organizzazioni già illustrata nel documento di proposta presentato in occasione della prima scadenza del bando. I nodi problematici dell’attività culturale sono da individuare a differenti livelli, che toccano sostanzialmente l’intera vita delle organizzazioni e che sviluppiamo nel seguito.

3.1. Informazione, visibilità e promozione

Sia pure nell’incremento di efficacia che ha caratterizzato negli ultimi anni la diffusione dell’informazione in campo culturale (con la comparsa di nuovi canali di comunicazione e con il diffondersi dei social networks), le organizzazioni stentano ancora fortemente – strette tra la necessità di un impegno promozionale intenso e dedicato e il parallelo obbligo del massimo contenimento dei costi – a raggiungere efficacemente, sul piano comunicazionale, i pubblici potenziali della propria attività.

Da un lato, a nostro avviso, la comprensibile enfasi posta sul rapidissimo diffondersi delle nuove tecnologie, unitamente al loro basso costo, ne ha probabilmente determinato – per certi versi – una sostanziale sopravvalutazione (ed un’identificazione quasi esclusiva) come area di comunicazione persuasiva: accompagnandosi, al contempo e simmetricamente, ad una parziale sottovalutazione delle forme più tradizionali e costose (ma forse, ancor oggi, più efficaci e capillari) di contatto e relazione con un pubblico in cui nonostante tutto persiste il fenomeno del cosiddetto digital divide: dalla produzione di materiali tipografici alla loro spedizione postale, dall’affissione di manifesti alla distribuzione di locandine e volantini.

Una valutazione che si accompagna, del resto, ad altre caratteristiche rilevanti e dominanti della comunicazione ed informazione in rete: la rapidità del consumo della notizia, che pare non consentire più il tempo dell’approfondimento (spesso necessario alla comunicazione culturale) convertendo il messaggio, sostanzialmente, in bit, puro stimolo percettivo che stenta a divenire conoscenza e consapevolezza; il sovraffollamento temporale di notizie, che sempre più diviene rumore di fondo nel quale il segnale non riesce più ad emergere come veicolo di possibili significati; e un mondo della comunicazione professionale (i magazine online, i blog) che si trova quasi giocoforza costretto ad allinearsi con i ritmi “mordi–e–fuggi” della rete, riservando di norma all’evento culturale il tempo, lo spazio, l’attenzione e la considerazione di un “copia–incolla” dei comunicati stampa.

A fronte di queste riflessioni, la comunicazione in campo culturale deve necessariamente professionalizzarsi e specializzarsi, concedendosi spazi e tempi di pensiero e relazione più diretta con i pubblici, nel tentativo di lasciar trasparire il senso delle cose anche attraverso lo studio delle loro possibili forme (la grafica, le tecniche percettive, il marketing) ma anzitutto lungo un percorso che provi a far emergere la persuasione (l’interesse ad approfondire, la decisione di recarsi a vedere un film, un concerto, uno spettacolo) attraverso la curiosità e la consapevolezza. Si tratta di un lavoro capillare, di progressivo consolidamento, fondato sulla cura e sul tempo dedicato: i cui strumenti operativi sono da individuarsi probabilmente – in buona misura – nella creazione di nuovi canali di comunicazione condivisi, in una complessiva promozione congiunta, nell’apertura di nuove forme di relazione e partenariato con l’universo dei media e, soprattutto, nell’individuazione di personale qualificato addetto esclusivamente a questo delicatissimo settore di attività. Un’istanza ed una necessità in larga misura incompatibili con le risorse economiche e con la strutturazione organizzativa degli organismi culturali varesini e che tuttavia – in una prospettiva di azione collettiva – potrebbe costituire un primo, estremamente significativo, ambito di servizio condiviso.

3.2. Formazione e ricambio generazionale del pubblico

E tuttavia – sia pure nell’importanza strategica che occorre riconoscere all’ambito della comunicazione e promozione – forse i nodi problematici fondamentali dell’attività culturale, nel presente e non solo a Varese, non sono più tanto o non esclusivamente da individuare al livello dell’informazione, quanto al livello della formazione ed organizzazione del pubblico.

Il significativo calo di presenze che caratterizza da qualche anno il lavoro delle organizzazioni culturali, determinandone significative sofferenze, pare infatti suggerire la necessità che – parallelamente all’azione comunicativa (e all’attuazione di significative politiche d’accesso, di cui parleremo successivamente) – sia infatti da ripensare e porre in atto con urgenza una nuova azione sistematica volta alla sensibilizzazione e divulgazione di base sui temi e le forme espressive della cultura e dell’arte.

Si tratta di un intervento che, naturalmente, si rivolge – deve rivolgersi – all’intera cittadinanza, lungo una prospettiva di educazione diffusa permanente che vorremmo divenisse pratica comune delle nostre organizzazioni. Ma un intervento ancor più necessario a partire in particolare dalle giovani generazioni e dalle loro specifiche agenzie formative (scuola, università, biblioteche, ecc.), luoghi anagrafici naturali del futuro della cultura nel nostro paese. Con riferimento ai dati pubblicati nell’ultimo Rapporto Annuale sulla Cultura, infatti, emerge come al deficit di domanda corrisponda un sempre più progressivo invecchiamento del pubblico ed una sistematica e progressiva diserzione delle sale da parte delle generazioni più giovani. E anche l’interesse di questi ultimi – apparentemente costante se non in crescita – per la pratica artistica (i laboratori, i corsi, ecc.) pare più legato a legittime ed importanti motivazioni di natura psicologico–relazionale che non all’amore per l’arte e la cultura in sé. La diffusa “voglia di palco” non pare riflettersi sostanzialmente per nulla in una crescita delle platee: sebbene, osservando con attenzione alcune felici esperienze di incontro tra giovani e cultura, sembri a tratti di poter rilevare una sorta di circolo vizioso – insieme organizzativo, economico e promozionale – in base al quale la domanda di cultura rimane inespressa (e pare quindi non esistere) a causa di un deficit di offerta, a sua volta motivato da una, altrettanto ipotetica, assenza di domanda.

Sia come sia, pare necessario un progressivo – ma costante e radicale – ricambio generazionale: un obiettivo che implica un intervento laborioso, costante ed assiduo, teso ad avvicinare i giovani alla cultura non necessariamente sul solo versante artistico, ma anche – per esempio – su quello organizzativo e gestionale, lungo un’idea di formazione complessiva che potrebbe anche in prospettiva creare o svelare attitudini ed innescare vocazioni e professionalità possibili.

3.3. Il sostegno della domanda

Se nei paragrafi precedenti abbiamo evidenziato in modo particolare le difficoltà di raggiungere ed aggregare il pubblico in particolare dal punto di vista informativo e formativo, un terzo nodo problematico – sempre più determinante nell’attuale quadro di crisi – è infine da individuarsi nella necessità di attenuare quanto possibile i vincoli di natura economica che, ricadendo sul consumatore finale, limitano ogni giorno più sensibilmente la partecipazione diffusa alle attività culturali. Le imprese e le organizzazioni culturali in questo contesto, per ragioni al contempo economiche e vocazionali, per poter sopravvivere si trovano costrette ad una sensibile riduzione dell’attività o – per contro – a praticare politiche dei prezzi sempre meno allineate a credibili prospettive di pareggio di esercizio e purtuttavia, molto spesso, comunque ancor non sufficienti a garantire una più significativa presenza di pubblico.

Se da ormai oltre vent’anni gli economisti segnalano il continuo allargarsi della forbice che misura la sperequazione tra domanda ed offerta di cultura (a persistente vantaggio di quest’ultima, in quella che potremmo oggi definire una vera e propria crisi di sovrapproduzione peraltro non accompagnata da una sensibile riduzione dei costi artistici ), risulta del tutto incomprensibile – tanto più in un contesto complesso e di contrazione quale quello attuale – il persistere a livello nazionale e regionale di una politica di sovvenzione pubblica quasi interamente orientata al sostegno della produzione, incapace di scostarsi dai modelli degli anni ’70 e di reinterpretare la realtà alla luce della necessità di quella che alcuni definiscono “rivoluzione copernicana” (Carla Bodo): ossia una forte ed incisiva azione di sostegno della domanda. Un orientamento che implica cioè un deciso dirottamento di buona parte delle risorse dal versante della produzione a quello dell’esercizio, così da consentire ai programmatori politiche dei prezzi più adeguate ai tempi e al reale potere d’acquisto dei cittadini ed in particolare di giovani ma al contempo economicamente sostenibili.

3.4. Coordinamento

Un’esigenza molto avvertita dalle organizzazioni culturali varesine – in un’ottica insieme promozionale e complessivamente logistica – verte poi sull’opportunità, resa possibile in un’ottica di condivisione, di ragionare lungo l’asse “luoghi–calendario–tipologia di attività“, delineando un sistema che si occupi di coordinare, promuovere ed armonizzare le attività in unico cartellone cittadino, per quanto possibile definito e pubblicizzato con buon anticipo rispetto all’avvio delle attività, che tenda ad evitare le sovrapposizioni tra iniziative che sostanzialmente si rivolgono agli stessi pubblici. Un’istanza organizzativa che, per un verso, consente un’attività promozionale comune, coordinata e unitaria (con le conseguenti possibili economie di scala) ma soprattutto si propone come espressione di una realtà collettiva forte e autorevole sulla scena culturale della città.

3.5. Spazi e info point

Il tema degli spazi per la cultura – in particolare come ambiti di laboratorio, ricerca, produzione e co–working, luoghi di incontro logistici ed organizzativi, centri di informazione e dialogo con il pubblico – è anche a Varese, come del resto in tutto il Paese, molto avvertito. E’ l’esigenza di un punto di riferimento anche fisico, preferibilmente ubicato in posizione centrale e visibile, che sia al contempo sede degli uffici e spazio di promozione, info point (lungo un’idea di incontro con la cittadinanza piuttosto differente da quella, cui siamo normalmente avvezzi, dell’Ufficio di informazione turistica) e “casa della cultura”.

3.6. Condivisione di servizi, strumentazioni e personale

La vita organizzativa e professionale delle realtà culturali, come già sottolineato, genera diverse micro–economie caratterizzate da necessità elementari, quale in particolare la semplice sussistenza della singola iniziativa; tuttavia gli orizzonti si fanno sempre più limitati, certamente a causa della congiuntura attuale che ha provocato la contrazione violenta di contributi pubblici e privati, ma anche in seguito all’isolamento delle realtà stesse. In questo contesto è divenuta sempre più tragica la situazione degli operatori – giovani in particolare – del mondo della cultura. Queste realtà garantiscono esperienze professionali di alto profilo nei più diversi ambiti culturali, che spesso sono tuttavia contrassegnate da precariato a brevissimo termine, sfruttamento del volontariato, retribuzioni miserabili. Da qui la tendenza inevitabile a pratiche gestionali approssimative, caratterizzate da gravi carenze di personale, sovrapposizioni e conseguenti lacune funzionali: in una parola, una diffusa e apparentemente strutturale inefficienza.

La nascita di una nuova entità stabile, al contrario, attraverso il percorso di riunione in sistema consentirebbe alle organizzazioni culturali di ripensare e strutturare la propria realtà nei termini rigorosi dell’impresa, della sua cultura (spesso apparentemente oltremodo lontana dall’immaginario associazionistico, tutto “genio e sregolatezza”), delle sue “buone pratiche”. Un passaggio che consiste nel leggere l’apparato organizzativo ed economico come necessità, come elemento strutturalmente complementare al processo artistico stesso (che ne condiziona le dinamiche e che ne è condizionato), come investimento proiettato sulla possibile continuità del lavoro, della propria mission, della possibilità di continuare a dire delle cose.

3.7. Formazione professionale interna

Sempre lungo questa logica di rigore, infine, è particolarmente presente tra le organizzazioni culturali il bisogno di formazione professionale interna: un’idea di formazione specialistica, finalizzata al potenziamento dell’efficienza e delle forze interne, volta per volta percorsa tramite seminari, workshop, incontri con esperti, convegni di studi. Una complessiva esigenza di crescita e di aggiornamento (sul fundraising, per esempio, o sulle tecniche della comunicazione via web o, ancora, sulle nuove normative SIAE, ecc.). Un percorso tanto più interessante quanto più connesso – in forma quasi logicamente necessaria – alla prospettiva della stabilità del nuovo sistema culturale.

  1. Costruire la domanda

Nella riflessione sin qui condotta è tuttavia implicito un rischio che, per onestà intellettuale, è necessario saper scorgere: il pericolo di supporre o dare per scontato che le esigenze espresse dalle organizzazioni culturali si sovrappongano, sin quasi ad identificarsi senza residuo, con i bisogni effettivi della città e con le sue istanze espresse o latenti, lungo un approccio sostanzialmente proiettivo ed autoreferenziale all’analisi del dato concreto.

Occorre essere radicali, cioè, e chiedersi se una domanda di cultura in città realmente esista e in quali termini; se sia possibile connettere questa domanda ad una prospettiva anche imprenditoriale seria, equilibrata, economicamente sostenibile; se il nostro lavoro, in secca sintesi, abbia un senso. Non si tratta di domande accademiche o di maniera: tutti gli operatori culturali abituati a riflettere sul proprio mestiere si trovano di fronte quotidianamente questi interrogativi, che divengono tanto più radicali quanto più la cultura, nella contemporaneità, pare ripiegare sotto il peso di altre priorità avvertite come più urgenti, immediate, necessarie.

E allora, forse, l’unica ragione per cui il bisogno di cultura può essere affermato obiettivamente, va rintracciata in una visione più ampia, in una riflessione sulla qualità della vita e sul senso del parallelismo esistente tra sviluppo sociale e sviluppo culturale. Lo sviluppo sociale, nelle sue implicazioni economiche e tecnologiche, comporta una proliferazione multidimensionale dei bisogni, l’emergere di una domanda di ricchezza che non si ferma al dato materiale ma si estende appunto all’intero dominio della cultura, dello svago, del tempo libero, nei quali “l’individuo umano ricco è l’individuo bisognoso di una totalità di manifestazioni umane”.

E, al contempo, lo sviluppo culturale porta con sé la possibilità di ulteriori sviluppi sociali, in una prospettiva evolutiva circolare che tende ad autoalimentarsi. “Cultura” è un’idea che contiene in sé, fin nel suo etimo, l’idea di coltivazione, di semina in vista di un raccolto futuro, di crescita, di formazione. Una visione globale dell’uomo e del cittadino che evidenzia come un ambiente caratterizzato dalle molte possibilità di formazione, dalle notevoli e diversificate risorse acculturanti, dalla pluralità degli stimoli cognitivi crei personalità e cittadini intelligenti, flessibili, in grado di operare nella contemporaneità con un repertorio di strumenti comportamentali e conoscitivi che incide drasticamente sulla qualità della vita ma anche sul PIL, sui tassi occupazionali, sull’imprenditorialità diffusa, sulla crescita complessiva di una comunità e della sua civiltà e fisionomia, lungo l’idea di capability della filosofia economica di Amartya Sen.

La declinazione e la conseguenza di questa visione è quindi un’idea dell’investimento in cultura come necessario supporto del permanere di queste potenzialità, che si configurano come diritti di cittadinanza: finché l’estensione di principio del godimento di questo diritto viene concepita come un valore democratico l’idea della cultura come servizio implica esclusivamente la produzione, proliferazione e diffusione di valori e la tensione alla massima estensione possibile, seppur potenziale, al godimento di quei valori stessi. Che la cultura possa estendersi a tutti, essere fruibile da tutti, essere cultura popolare anche quando affronta i temi della filosofia o dell’arte contemporanea, mantenendo il suo carattere fondamentale: l’arricchimento – in senso molto concreto – della vita delle comunità e degli individui che ne fanno parte.

La scommessa, dunque, è che questa cultura come potenzialità accessibile, questa cultura–orizzonte, questa cultura–futuro possa diventare ossigeno quotidiano. E che la partita sia poi, radicalmente, quella giocata sul tavolo del primato dell’efficienza organizzativa, delle politiche di accesso, della formazione, aggregazione e promozione del pubblico e della cittadinanza in tutte le sue componenti etniche, sociali, anagrafiche. In una parola, nel costante e quasi pervicace sforzo di stimolare e costruire la domanda: da questo punto di vista –non si pensi ad una piroetta dialettica – i bisogni delle organizzazioni e la loro aumentata professionalità giungono davvero, in ultima analisi, a coincidere con i bisogni culturali della città.

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